“Al diavolo i codici”

Il concetto espresso dal titolo non è una mia esclamazione. È una definizione che mi è venuto spontaneo dare al comportamento di un gruppo di persone in cui mi sono imbattuto in una recente esperienza di tango.
La parola “codice” è ambigua e merita un chiarimento. Qui mi riferisco al termine nel suo significato di regola, norma di comportamento. E in particolare di alcune norme dogmatiche per le quali si è perso di vista il nesso logico fra la loro esistenza e la causa che le ha poste in essere.
Nel caso specifico sto parlando dei codici della Milonga:

“Los codigos de la milonga” è un’espressione che coloro che si dedicano all’apprendimento del tango sono prima o poi destinati a incontrare sul loro cammino di avvicinamento alla sua presunta “autenticità”. Una sponda sicura contro cui i sacerdoti della tradizione mandano a infrangersi tutti i dubbi e le incertezze sul comportamento “giusto” da tenere mentre abitiamo questi templi del passato”.

Il paragrafo in corsivo è tratto dal mio libro sul tango di recente pubblicazione (Tango Argentino: la bellezza in un abbraccio). In uno dei capitoli della seconda parte procedo all’analisi di queste norme di comportamento che, nate in un altro paese e in un’altra epoca (l’Argentina e la prima metà del Novecento) sono state passivamente e acriticamente importate in Europa e in Italia insieme ai passi di tango e alla sua musica.
Dopo molti anni in cui anch’io le ho seguite e trasmesse senza porle in discussione, in quel capitolo parlo di una certa mia recente insofferenza verso questo “corpus” dottrinale dai connotati che ricordano quelli di una religione o di una ideologia:
la donna nel tango non può invitare l’uomo. Deve essere sempre viceversa. L’invito dovrà avvenire secondo il rito bi-fase della mirada e del cabeceo. La tanda deve essere di 4 canzoni della stessa orchestra e con lo stesso cantante ecc.
Ci sono tre modi di porsi di fronte alle regole che in generale ci vengono imposte nella vita:
1) Accettarle passivamente e seguirle senza chiedersi il motivo. Semplicemente perché lo hanno fatto tutti prima di te e continuano a farlo quelli intorno a te.
2) Decidere comunque di continuare ad attenervisi per il momento, pur riconoscendone l’inadeguatezza o l’insensatezza.
3) Trasgredirle, ribellarsi e cercare di abbatterle o di cambiarle.
Tra i due estremi, la seconda posizione rappresenta pur sempre un inizio di consapevolezza, anche quando si decida che non è ancora il caso di passare alla terza fase, sia per convenienza pratica sia perché non si ritengano ancora maturi i tempi.
Ecco, io nei confronti dei codici del tango sono decisamente uscito dalla prima fase e, dalla seconda in cui mi trovo a risiedere, sto cecando di attrarre l’attenzione sul tema per capire se sono l’unico (o comunque parte di una esigua minoranza) ad aver lasciato la sponda sicura della “fede” nella loro inevitabilità o se invece non si possa creare una piattaforma di consenso da cui far partire una sorta di sperimentazione per un approdo alla terza fase.
Proprio nei giorni in cui il mio libro stava uscendo, a metà luglio, sono stato in Croazia a fare lezioni di Tango per alcuni giorni. Dubrovnik è una città dove il tango è agli inizi e la comunità è ancora piccola. Mancano quasi del tutto le milonghe e le occasioni di apprendere e praticare sono limitate.
Una sera, dopo le lezioni, siamo stati tutti invitati a una festa di compleanno di una allieva ballerina del luogo. Era in un bar, affittato interamente per l’occasione, e c’erano cibo, musica e alcol. Essendo gli invitati quasi tutti tangueros, appena dopo le prime tartine e i primi bicchieri di vino la pista si è animata.
Osservando quella scena ho ripensato ai miei inizi, nella città di Pisa a metà degli anni ’90, quando il Tango Argentino in Italia stava muovendo i primissimi passi. Non c’erano scuole stabili e le uniche lezioni che si riusciva a “strappare” in una città di provincia erano quelle date dai pochi insegnanti argentini residenti sul territorio italiano di passaggio magari fra Milano e Roma. Le milonghe non sapevamo nemmeno cosa fossero. Si ballava nelle occasioni più varie: nel salotto di un amico durante un compleanno, in un bar frequentato da studenti universitari dopo l’ora di punta, portandoci il cd da casa, oppure a notte fonda nel parcheggio di un supermercato con gli sportelli della macchina aperti per far uscire la musica dello stereo. Non c’erano tande, non c’era il cabeceo: dei codici del tango non avevamo mai sentito parlare. Semplicemente, eravamo stregati da questo abbraccio totale che ci regalava un modo tutto nuovo di stare insieme.
In quel bar di Dubrovnik ho ritrovato la spontaneità e la vivacità dei tempi delle origini del tango in Italia. Nessuno rispettava il fatto di ballare tutta la tanda con la stessa persona, le donne prendevano spontaneamente gli uomini per il braccio e li portavano in pista. Non c’era un dj: suonavano la musica da una playlist, probabilmente con Spotify perché ogni tanto c’era perfino qualche interruzione pubblicitaria. Non c’erano i codici ma c’era una cosa assai tangibile: la freschezza del divertimento, della gioia, del godimento.
Appariva chiaro che il piacere del socializzare superava l’importanza del ballo eseguito secondo precise norme.
In molte milonghe europee dei giorni nostri si percepisce un’atmosfera diversa e in alcuni casi addirittura contraria. Spesso il clima è serio, austero. Si vedono le facce impietrite di donne “dimenticate” per ore su una sedia perché nessuno le invita, e loro non possono azzardarsi a prendere l’iniziativa; si sentono commenti caustici sulla qualità del pavimento che non sarebbe all’altezza delle doti del ballerino di turno, o sul musicalizador che spesso viene criticato o osannato a-priori sulla base del suo nome e della sua reputazione piuttosto che sulle scelte della serata. Per non parlare poi dell’esigenza di avere quel particolare tavolo e dei capricci collerici che possono scoppiare se qualcosa va storto con la prenotazione.
Mentre guardavo l’allegria di quella festa a Dubrovnik mi è venuto da pensare che non si rende giustizia al tango se si va a ballare solo per ballare. Mi spiego.
In Europa abbiamo, sì, importato i codici del tango dall’Argentina, ma non il suo spirito di fondo. Quando si entra in una Milonga a Buenos Aires si ha subito l’impressione che il tango (la musica, il ballo) non sia la cosa più importante, ma costituisca soltanto uno dei molteplici ingredienti della serata. Spesso nello stesso locale si può mangiare. Ci sono quindi i camerieri che girano per la sala e che non interrompono il loro via vai con il vassoio nemmeno durante il momento “sacro” dell’esibizione della coppia di ballerini ospiti della serata. Ci sono le pacche sulle spalle, gli abbracci fra persone che, pur vedendosi quasi tutte le sere, si salutano come se fossero sempre reduci da un lungo viaggio. Ci sono le chiacchiere interminabili ai tavoli fra un bicchiere e l’altro. E poi c’è il tango. Ogni tanto si balla. Le milonghe in generale chiudono all’alba e con tutte le ore che i milongueros più assidui passano lì dentro, diluiscono le tande ballate in mezzo agli altri piaceri di carattere conviviale.
È piuttosto raro trovare una situazione del genere in una Milonga italiana o europea. Si ha la sensazione che da noi tutti gli ingredienti che costituiscono l’elemento sociale del tango arretrino in secondo piano rispetto al ballo in sé, causando un parziale tradimento del concetto di ballo sociale, proprio perché tutta l’attenzione è posta nel sostantivo a svantaggio del suo aggettivo.
Un esempio di questa postura mentale è rappresentato da quegli uomini che, arrivati in Milonga, ballano pressoché tutte le tande. A prescindere dalla musica, e dal sudore che cola dalle loro fronti per scorrere poi lungo le loro camicie.
Spesso in Europa si sente dire: “Eh! Il problema del tango oggi è che molta gente non va alla Milonga solo per ballare, ma per “cuccare”, o per fuggire la solitudine”. Come se questo atteggiamento fosse una colpa di cui vergognarsi, come se il momento aggregativo non fosse il fondamento e la ragion d’essere di ogni ballo sociale.
Bisognerebbe ricordare a questi puristi sostenitori del “ballo per il ballo” che il tango argentino (come tutte le danze popolari) non è nato come disciplina con cui partecipare a un campionato mondiale, ma semplicemente come un modo per avere un’occasione in più per stare insieme agli altri e, perché no, per avvicinarsi all’altro sesso per mezzo di quell’abbraccio totale in cui si scoprì possibile fare delle cose belle con le gambe e con la musica.
Bisognerebbe anche far notare che una delle conseguenze dirette dell’atteggiamento di chi va a ballare solo per ballare è il proliferare sulla pista di insegnanti improvvisati: ecco che allora durante la canzone vengono impartite “pillole di lezione” su come abbracciare meglio, o su come tenere la testa, con il risultato di rovinare la tanda al partner e a volte anche la sua autostima. Comportamento tanto diffuso quanto odioso perché deriva dalla seguente premessa: è più importante la riuscita di questo o quel passo piuttosto che il rispetto della persona che ti sta facendo il bellissimo regalo di abbracciarti e di ballare con te.
Durante quella festa a Dubrovnik era palese che il motivo unificante fosse il piacere di socializzare, di stare con gli altri. E per assurdo, pur in totale assenza dei codici della Milonga, l’atmosfera era molto più vicina a quella delle autentiche milonghe argentine rispetto a una qualunque blasonata Milonga europea.
Allora i codici sono inutili? Vanno superati? Non è detto e non è questo il punto.
Il fatto è che in Argentina queste norme sono sorte in modo spontaneo dal substrato comportamentale della gente del luogo, mentre in Italia e in Europa sono state innestate dall’alto su un contesto sociale totalmente diverso.
È un po’ come quando si provi a tradurre una barzelletta o una poesia da una lingua a un’altra. Nove volte su dieci la traduzione letterale non funziona. Proprio nel momento in cui si vuole essere fedeli al testo traducendolo parola per parola, lo si svuota di significato. Bisogna invece adattare l’originale portandolo nel campo ricettivo di chi deve capirlo.
Ed è proprio per questo che la festa di Dubrovnik funzionava, così come stranamente funzionavano le nostre “milonghe” improvvisate nel parcheggio di un supermercato: perché in ambedue i casi un gruppo di persone aveva portato il tango nelle loro vite, adattandolo al loro modo di riunirsi e di divertirsi. Quando invece si esce dalle nostre vite per entrare nei luoghi deputati al tango, il flusso del godimento spontaneo rischia di irrigidirsi dentro i paletti di codici e regole che non appartengono alla nostra cultura né al nostro tempo.
Nel libro ho definito le milonghe come templi consacrati al passato. Le ragioni su cui si basa questa provocazione sono anche altre, che non affronto qui per ragioni di brevità. Provocatoria vuole essere anche l’esclamazione un po’ goliardica con cui ho voluto intitolare questo articolo, l’intento del quale non è di suggerire un ritorno al caos nelle milonghe, ma quello di sollevare una discussione sulla necessità di una traduzione meno letterale del fenomeno Tango quando lo si debba declinare, geograficamente o cronologicamente, portandolo da una società ad un altra. Proprio come si fa con una barzelletta o con una poesia.

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1 pensiero su ““Al diavolo i codici”

  1. Forse aggiungerei un’ulteriore opzione tra la seconda e la terza: come nel caso della poesia, ogni traduzione letteraria dev’essere sia bella che fedele. Le regole da seguire aiutano a interpretare il testo secondo la personalità dell’autore. L’autore detta le regole ma il traduttore le interpreta al meglio nella lingua di arrivo, rendendole comprensibili a chi legge o ascolta. Compito affascinante, non trovi?

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