Diario da Buenos Aires I

Usi e costumi

Quando vivevo in Gran Bretagna, fui chiamato, tramite la Essex University, dove insegnavo Lingua e Letteratura Italiana, da una azienda di Londra per svolgere un lavoro abbastanza curioso che fino a lì non sapevo nemmeno esistesse. Si trattava di offrire delle consulenze a famiglie di dirigenti aziendali che stavano per essere trasferiti in Italia per lavoro insieme alle loro famiglie. La cosa singolare è che non erano consulenze su temi economici o linguistici, bensì sulle usanze, le abitudini e le caratteristiche nazionali nella vita di tutti i giorni.
Ero, in poche parole, un CCIQ, Consulente di Cultura Italiana Quotidiana. Così, saltuariamente, venivo convocato da questa agenzia di consulenze a condurre un programma settimanale di 5 pomeriggi con la famiglia in questione, durante il quale mi succedeva di trovarmi a rispondere a domande quali: cosa è corretto portare quando si viene invitati a cena in una casa italiana, se è consentito portare i bambini al ristorante la sera (loro non lo fanno mai), qual è il rapporto degli italiani con l’alcool (il loro, come si sa, è assai speciale), a che ora chiudono i negozi in Italia ecc.
Subito mi resi conto che avrei dovuto avere inevitabilmente a che fare con i cliché nazionali, quei luoghi comuni che chi è in possesso di una intelligenza minimamente articolata tende a mettere in discussione in nome dell’indagine analitica.
Ma l’altra cosa di cui mi resi altresì conto è che, nonostante il loro carattere approssimativo, quei luoghi comuni in qualche modo mi aiutavano a comunicare alcune informazioni utili sui nostri usi e costumi a chi non conosceva niente del nostro paese. Perché se è vero che generalizzare è sbagliato, in quanto significa estendere una tendenza al 100% del gruppo sociale che si sta osservando, è anche vero che, non potendo analizzare uno per uno i componenti di quel gruppo, il cliché spesso ci fornisce uno strumento, pur parziale, di comprensione, proprio perché si riferisce, il più delle volte almeno, alla maggioranza di esso.
Diciamo che alcuni cliché possono in un certo senso aiutare a fare una prima e superficiale conoscenza con un popolo, purché vengano adottati con la prudenza del caso, che sarebbe poi l’apertura mentale del saper immediatamente cambiare idea di fronte al singolo individuo. Se io dico, ad esempio, che a Buenos Aires la gente cena molto tardi la sera, posso sempre trovare qualche argentino che mi dice: “veramente la mia famiglia cena sempre alle 19.30 come se fossimo a Nottingham”. Ciò non toglie però che mentre a Nottingham, alle undici di sera, il 95% dei ristoranti sono vuoti e stanno per chiudere, a Buenos Aires, vuoti lo sono alle 21 perché poi uno capisce che cominciano a riempirsi ben oltre le 22.00.
Dai tempi in cui facevo il CCIQ mi è rimasta la passione e l’interesse per rilevare e annotare le caratteristiche delle varie comunità nazionali, specialmente in relazione alle differenze con la mia.

Viaggiare è una “scuola” fondamentale per imparare ad osservare modi di vita altrui; per andare a verificare o confutare appunto i luoghi comuni, per rendersi conto che il tuo centro, per gli altri, può essere la periferia, o non apparire nemmeno sulla mappa. Viaggiare ti insegna a relativizzare il tuo mondo. Però attenzione: viaggiare, non fare il turista. Andare tre giorni a Londra o a Parigi a girare per musei, mercatini e ristoranti senza avere alcuna interazione con le persone del posto non ti dirà assolutamente nulla di come si vive a Londra o a Parigi, né tantomeno in Inghilterra o in Francia. Il viaggiatore è una cosa. Il turista un’altra.

Allora in questi giorni che sto passando in Argentina mi sto divertendo a compilare un breve elenco, semiserio e di gran lunga incompleto, delle abitudini che il viaggiatore europeo potrà forse trovare bizzarre se comparate con il suo modo di vivere, specificando che queste osservazioni non sono frutto solo di questo viaggio, cioè di pochi giorni di soggiorno in questo paese, ma di una mia frequentazione periodica e continua nel tempo, che mi ha portato qui svariate volte e sempre per periodi assai lunghi negli ultimi 18 anni. Ecco le prime 3 voci, con la promessa, o la minaccia, di aggiungerne altre nei prossimi articoli.

La Coca Cola
Sulle tavole dei ristoranti della città, dalla bettola al locale di un certo livello, salta subito agli occhi la presenza della famosa Coca Cola, nelle sue molteplici declinazioni di lattina, bottiglietta mono-porzione o bottigliona da 1 litro. Certo, si consuma anche dell’ottimo vino rosso locale, ma diciamo che la Coca (o le sue varianti tipo Pepsi) si trova presente in percentuale talmente alta da attrarre l’attenzione del viaggiatore straniero.
Da parte nostra, si fatica a capire come si possa abbinare a succulenti tagli di carne argentina di ottima qualità, una bevanda così totalmente artificiale, gasata e piena di zuccheri. E si fatica ancora di più quando ci si rende conto che non sono solo i ragazzi ad apprezzare questo infelice connubio gastronomico, ma anche gli adulti e perfino gli anziani. Ora, a me vedere queste nonnine a tavola davanti ad una Coca Cola, o a una Pepsi oppure una 7Up, che pure va alla grande da queste parti, fa pensare a mia nonna; proporle di bere a cena la Coca Cola o il Kerosene della sua stufa avrebbe prodotto in lei la stessa faccia di incredulità mista a disgusto. Ma tant’è. Evviva le nonne moderne (e argentine)!

I camerieri
Dei camerieri di Buenos Aires si nota subito la loro età. Allora, per contrasto, si pensa alla propria realtà, perché, in linea di massima, chi serve ai tavoli dei vari bar o ristoranti in Italia, o in generale in Europa, è di solito un under 30 o massimo 35. Qui invece il cameriere è un mestiere che si fa per la vita. La quasi totalità di essi sono signori di mezza età, o anche anziani che si capisce aver passato la maggior parte dei propri anni lavorativi in quella professione e forse anche in quello stesso ristorante. Sono di toni asciutti, professionali, non molto loquaci, mai scortesi né mai eccessivamente gentili. Essenziali direi. Ma quello che colpisce di più è che non ti ritirano mai i piatti vuoti (parlo dei ristoranti di livello normale, escludo qui quelli di lusso). Tu puoi anche spostarli di lato per far posto all’iPad o ad un libro che stai leggendo, puoi anche accatastarli uno sull’altro per guadagnare spazio, ma niente: fino a quando non li chiami per ordinare ciò che vuoi dopo, che sia il dolce, il caffè o il conto, loro il tuo tavolo non lo toccano affatto. La cosa, che in Italia troverei irritante, qui mi fa sorridere perché credo di aver capito (o di aver voluto capire) che lo facciano non per negligenza, ma per non metterti fretta, per non farti sentire la pressione di ordinare qualcos’altro o di lasciare libero il tavolo. Camerieri “no pressure”.

I libri 
C’è un alto numero di librerie a Buenos Aires, molte delle quali aperte fino a tarda sera. E bisogna intendere “aperte” nell’accezione lata del termine. Nel senso che tante non sono chiuse dalla vetrina o da una porta, ma tracimano sulla strada con le loro Ie ceste di libri fino sul marciapiede, abbattendo così la “quarta parete” fra strada e cultura e invitando tutti ad assaggiarne una fetta. Quello che noi europei sicuramente potremmo trovare strano è che i libri non hanno i prezzi. Non nel senso che quell’invito di cui sopra si estende a dare addirittura la conoscenza in regalo, ma nel senso che il prezzo non è mai stampato sui libri perché, a causa dell’alta inflazione, non sarebbe mai lo stesso da una settimana all’altra. Proprio in questo periodo, i telegiornali raccontano che il paniere di base, cioè l’indice dei prezzi al consumo, ha subìto nell’ultimo anno un aumento del 28%, che sarebbe quasi il 2,5% al mese. Il che vuol dire che se un libro oggi costa 600 pesos (circa 20 euro), fra 4 settimane ne costerà 615 e dopo un anno salirà a 768 (circa €26). Ci avete mai pensato che avere il prezzo stampato sui libri non sia un fatto scontato, ma un privilegio caratteristico solo di alcuni paesi? Io no, ecco. E mi trovo improvvisamente ad essere grato di vivere in un posto dove tu vai in libreria, prendi in mano un libro e quando lo giri ci trovi quel numerino lì. Perché proprio quel numerino lì, se lo leggi nel contesto che include altre nazioni che non ce l’hanno, dice molto di più del prezzo del libro che hai in mano. Dice che stai vivendo in un paese magari criticabile, certo, sotto tantissimi punti di vista, ma che è dotato di una fondamentale stabilità. Un paese che può permettersi almeno il lusso di stampare il prezzo su quel volume perché può fare affidamento sul fatto che costerà lo stesso (lui come molti altri prodotti) almeno per un anno ancora e forse più. Non è banale.

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2 pensieri su “Diario da Buenos Aires I

  1. Come mi ritrovo in questi pensieri… quando sono all’estero, perlo più per lavoro e in posti tutt’altro che turistici, faccio le stesse considerazioni e osservazioni. Talvolta capita di osservare usi completamente diversi dai tuoi e altre vivi situazioni che ti fan dire che “tutto il mondo è paese”. Il succo è lo spirito con cui si affronta un viaggio, che è ben diverso da una vacanza. Una frase, non so più di chi, mi piace molto: se da un viaggio non ne torni un po’ cambiato, perchè hai fatto tutta quella strada? Ecco, mi par di intendere che tu, come me, ti muovi con questo spirito, conoscere e far conoscere. Se ci fossero in giro più viaggiatori e meno turisti, forse questo mondo sarebbe un po’ migliore. O magari no, però mi piace pensarlo. Buon viaggio!

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