Dire tanto con poco

I testi di Homero Manzi

Il problema principale della comunicazione è che spesso si dice troppo. Tutti dicono tutto, tutti esprimono, tutti raccontano, descrivono, commentano, esternano, copia-incollano, “likeano”. In un momento storico in cui i mezzi di comunicazione aumentano giorno dopo giorno in modo esponenziale, tutti abbiamo sempre la parola, tutti abbiamo il microfono aperto, costantemente.
Non dico che questa estrema democratizzazione della comunicazione pubblica sia necessariamente un male. Sarebbe una contraddizione palese da parte mia asserirlo, io che ho aperto questo blog per dire delle cose. Rifletto solo sul fatto che, così come una camicia, al centesimo lavaggio, mostra segni di consunzione sul colletto, anche le parole, più vengono usate e più si consumano.
E, come la camicia consumata sul colletto non assolve più la stessa funzione di conferire a chi la indossa un aspetto curato ed elegante, così la parola troppo a lungo spremuta non riesce più a veicolare la stessa concentrazione di senso per cui era stata creata.
Esempio: abbiamo oggi a disposizione sui vari canali televisivi almeno 30/40 edizioni diverse di telegiornali che trasmettono lo stesso breve servizio, poniamo, del presidente del consiglio incaricato che, mentre sale in macchina dichiara ai giornalisti: “stiamo lavorando, nelle prossime ore saremo in grado di dirvi di più”.
Già di per se quel messaggio porta un significato pari a zero. Parole dette per non dire. In più, questo nulla assoluto si riverbera e si moltiplica come in un caleidoscopio nelle decine di volte in cui lo stesso messaggio viene ritrasmesso da tutti i canali televisivi e radiofonici durante quello stesso giorno, senza contare poi i video sui social network. Il nulla viene dunque elevato al quadrato, al cubo, all’ennesima potenza. E questo è un esempio del dire troppo nel senso della ripetizione esagerata e martellante dello stesso concetto, del parlare troppo della stessa cosa.
Poi c’è un altro dire troppo, questa volta nel senso di descrivere una cosa, una persona o un accadimento in modo vacuamente iperbolico.
Esempio: quante volte sui social leggiamo la descrizione di un evento appena passato tramite frasi come “meravigliosa serata”, o “fantastica energia” o “incredibile atmosfera”. A cui si aggiunge talvolta un effetto un po’ comico quando a fornire simili resoconti sono gli stessi organizzatori di tali eventi.
Oppure quante volte sentiamo presentare una persona pubblica con termini come “grande”, “grandissimo”, “un mito”?
Meraviglioso, fantastico, incredibile, grande, mito: qual è la carica semantica che queste parole sono oggi ancora in grado di esprimere? Cosa rimane del loro peso specifico, quando le vediamo o ascoltiamo ripetute decine, centinaia di volte nell’arco delle stesse 24 ore?
Faccio una confessione: non so voi, ma io un po’ mi vergono ad usarle, oggi, queste espressioni. Così come mi vergognerei ad andare al lavoro o a un appuntamento indossando una camicia con il colletto lacerato dal tempo o con i polsi lisi. Ho pudore, ecco. Sento sempre più spesso il bisogno di una dieta detox del linguaggio.
Per la disintossicazione dalla bulimia comunicativa dei nostri tempi mi auto-prescrivo allora il ricorso periodico alla poesia, alla letteratura; luoghi in cui chi decide di “parlare” lo fa di solito pensando, soppesando e misurando ogni singolo termine. Contesti in cui si sceglie dall’armadio la camicia meno indossata, quella che ha ancora la lucentezza degli inizi. Territori in cui ogni parola ha di solito una concentrazione espressiva assai superiore a quelle del linguaggio quotidiano. Spazi, insomma, dove è possibile “assumere” meno parole e ricevere allo stesso tempo un maggiore “apporto calorico” di senso.
Non è detto però che questi luoghi si trovino sempre dentro i libri di poesia. Certe volte basta anche una canzone. In questo caso una canzone di Tango. Infatti queste mie riflessioni sono nate nel corso di una delle mie lezioni di Musicalità e Guida all’ascolto della musica del Tango, in cui, parlando dei testi, introducevo la figura di Homero Manzi.

Homero Manzi è stato un paroliere di tango. Se uso questo termine forse un po’ riduttivo è perché non voglio incorrere nella tendenza all’iperbole che criticavo prima. Forse ci arriveremo a chiamarlo con termini più altisonanti, ma più avanti; o forse lascerò la questione aperta e ognuno deciderà per sé.
Homero Manzi nasce Homero Nicolas Manzione nel 1907 nella provincia Argentina di Santiago del Estero, si trasferisce da bambino con la famiglia a Buenos Aires e muore, giovane, nel 1951. Mi fermo qui con le notizie biografiche per non assecondare quella propensione alla ridondanza che stigmatizzavo prima parlando dei 30/40 telegiornali che ripetono la stessa notizia. Ci sono già Google o Wikipedia per fornire il resto a chi vorrà saperne di più.
Durante la sua vita, Manzi si dedicò alla politica da posizioni radicali di sinistra e scrisse versi per canzoni. Fu dunque un poeta? Non so, lo deciderete voi. Non pubblicò mai libri di poesie. I suoi versi li metteva esclusivamente nei brani di Tango. Formò un binomio artistico con Anibal Troilo. Stavo per dire “il grande Troilo”, ma mi sono trattenuto. Detox lessicale.
Dunque Troilo e Manzi: musica e parole. Di loro possiamo apprezzare perle come Barrio De Tango, Discepolin, e Sur solo per citarne alcuni. Anche se poi, per altri musicisti Manzi compose i testi di famosissimi pezzi come Malena (su musica di De Mare) e Recien (su musica di Pugliese).
Ma tornando al connubio Troilo-Manzi, prendiamo Barrio de Tango: ci basta solo la prima strofa, il capolavoro è già tutto lì.
In un bozzetto di stile impressionista, composto da un elenco di immagini appena accennate, Manzi traccia un ritratto preciso e profondo dell’anima del Barrio. Poche pennellate, tanta vita:

Un pedazo de barrio, allá en Pompeya,
durmiéndose al costado del terraplén
Un farol balanceando en la barrera
y el misterio de adiós que siembra el tren
Un ladrido de perros a la luna
El amor escondido en un portón
Y los sapos redoblando en la laguna
Y a lo lejos la voz del bandoneón.

Un frammento di borgata*, là a Pompeya**
addormentato accanto al terrapieno
Un lampione che dondola alla barriera
E il mistero dell’addio che semina il treno
L’abbaiare di un cane alla luna
L’amore nascosto in un portone
E le rane che risuonano nella palude
E in lontananza la voce del Bandoneon

*Barrio sarebbe quartiere, ma quartiere in italiano suona troppo neutro. Al barrio c’è attaccata tutta la vita del popolo con i suoi sapori, i suoi sudori, i suoi umori.
**un quartiere umile della zona sud di Buenos Aires dove Manzi passò parte della sua adolescenza.

La quiete serale della borgata, un lampione, un treno che passa, un cane che abbaia, un bacio dato di nascosto in un portone, la “musica” delle rane nelle sere d’estate e da lontano la voce del bandoneon. C’è tutto. Tutto ciò che costituisce l’humus antropologico che sta alla base del tango, che infatti nasce e cresce nel barrio. Sono versi semplici, fatti di piccole cose, scene quotidiane, paesaggi umili; eppure chi ascolta quelle parole, che volano leggere sulla musica di Troilo, vorrebbe essere trasportato lì, nell’intensa semplicità di quel barrio.
Ma vediamo un altro brano della coppia Troilo-Manzi, sempre prendendo in esame solo la prima strofa. Perché qui sta, secondo me, la gemma, e questi pochi versi sono proprio quelli da cui è scaturito il mio bisogno di scrivere questo articolo.
Si tratta di un Tango-Vals assai famoso: Romance de Barrio.
Come vedete nel titolo appare ancora il barrio, perché il barrio è nel dna di Troilo e in quello di Manzi. Il Romance è una storia d’amore.

Primero la cita lejana de abril,
tu oscuro balcón, tu antiguo jardín.
Más tarde las cartas de pulso febril
mintiendo que no, jurando que sí
.

Romance de barrio tu amor y mi amor.
Primero un querer, después un dolor
,

Dapprima l’appuntamento lontano in aprile,
il tuo balcone nell’ombra e il tuo antico giardino.
Più tardi le lettere scritte con polso febbrile
Mentendo che no, giurando che si

Innamoramento di borgata il tuo amore, il mio amore
Dapprima un amore e poi un dolore

Anche qui si ripresenta il bozzetto costruito asciuttamente tramite un elenco di fotogrammi, dove prevale il sostantivo sul verbo, nell’intento di assolutizzare queste immagini sottraendole al divenire e consegnandole ad un assoluto atemporale.
Se nella prima canzone c’era tutta la vita del barrio in pochi versi, qua in pochi abili tocchi c’è il sunto di tutte le storie d’amore. Beh, se non proprio di tutte, della stragrande maggioranza, se pensiamo che nel corso di una vita, solo una di esse (e solo per i più fortunati) riesce a sottrarsi al destino della fine.

Perché questi 6 versi sono un capolavoro linguistico? (E potrei anche dire poetico, ma se questa sia poesia o no, come d’accordo, lo deciderete voi).
Perché rappresentano l’antitesi alle tendenze degenerative del linguaggio che lamentavo all’inizio di questo articolo.
Perché qui si dice pochissimo per significare un intero mondo.
In un ritmo perfettamente ternario questi versi scandiscono le fasi essenziali della storia d’amore archetipica:

Le incerte emozioni dell’inizio
Primero la cita lejana de abril,
tu oscuro balcón, tu antiguo jardín.

La passione della storia già consolidata
Más tarde las cartas de pulso febril
mintiendo que no, jurando que sí.

La fine
romance de barrio tu amor y mi amor.
Primero un querer, después un dolor,

C’è tutto l’equilibrio compositivo teorizzato da Aristotele nella sua “Poetica”: Prologo, Episodio, Esodo. Da manuale.
Ma non è finita, c’è di più. Giusto nel centro di questo trittico, in corrispondenza del picco che precede la discesa verso l’inevitabilità della fine, troviamo questo gioiello di due versi che evocano le lettere febbrili scritte dai due amanti, i quali, per compensare la frustrazione di non disporre di parole adatte ad esprimere l’infinta vastità del loro sentimento, si promettono vicendevolmente, come si fa di solito, più di quello che possono mantenere, anche mentendo, a fin di bene magari, per compiacere l’altro.
Ma tutto questo complesso mondo interiore fatto di sospiri, di ansie, di sogni, di brame, di smanie e di illusioni Manzi lo evoca semplicemente con due monosillabi preceduti da un verbo ciascuno. Sei parole in tutto:
Mintiendo que no, jurando que si.
Starei per dire “grandioso“ se non mi fossi imposto la dieta lessicale di cui sopra. E allora dico semplicemente “bello” anzi, azzardo un “bellissimo”. Spero mi concederete almeno il superlativo. È l’unico di tutto l’articolo, potete controllare.
E allora: Homero Manzi è stato un poeta? Non lo so e non mi interessa in questo caso definirlo con una etichetta. Ognuno di voi avrà la sua opinione. Scrivetela, se volete nei commenti qui sotto.
Di certo è stato un fine artigiano della parola. Come uno di quegli artigiani in via d’estinzione che, in piccole sartorie a gestione familiare, confezionano ancora eleganti camicie su misura. Di quelle buone, di qualità, quelle che durano nel tempo, quelle che non si consumano facilmente ai polsi né al colletto.

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2 pensieri su “Dire tanto con poco

  1. Come diceva quel tale? “Non so cosa sia la poesia ma so riconoscerla quando la sento”. Lungi dal volermi confrontare con Housman (quel tale di cui sopra) qui il gioco mi sembra facile. Non tanto sul definire Manzi poeta o non poeta. Di fatto il risultato mi sembra chiaro. D’altra parte non sarebbe questo il primo caso, di autori di testi per canzoni che finiscono nelle antologie. O che ci finiranno prima o poi.
    Qui ci hai introdotto all’opera degli attori del tango che si finisce per arrivare a conoscere solo dopo una discreta frequentazione. I primi ad emergere sono i musicisti e i “cantores” i cui nomi appaiono in bella mostra sulle copertine dei dischi. Gli autori (importantissimi, fondamentali) bisogna andarseli a cercare nei crediti.
    Grazie per questo articolo (odio usare parole straniere) che, oltre insegnarci un altro pezzetto di tango, ci offre lo stimolo a fare questo piccola “caccia all’autore” che potrà sicuramente riservarci altre belle sorprese.

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