Il Tango oltre il Tango

In molti anni di insegnamento del Tango argentino, prima a Londra in pianta stabile fino al 2012 e poi in seguito in Italia, ma nel frattempo anche in vari paesi europei e asiatici incluso l’Indonesia e l’India, ho visto molti allievi che, provenienti da diverse culture e con diverse caratteristiche, talenti, predisposizioni e difficoltà, sono passati attraverso la salida basica, gli ochos, i vari giri e tutti gli altri elementi del vocabolario di questa danza, per diventare parte integrante del mondo del tango. E tutt’oggi, ad ogni nuovo trimestre assisto all’arrivo di nuove facce, gambe e corpi che arrivano per cominciare la loro avventura, attratti da questa parola di cinque lettere densa di risonanze, di fascino e di mistero.
Già, ma attratti da cosa esattamente? Che cosa cerca la gente, consapevolmente o meno, nel Tango? O meglio, cosa c’è nel Tango, a parte il ballo, che fa bene alle persone che vi si appassionano?
Forse prima dovremmo fare un passo indietro e chiederci perché una persona decide di iscriversi ad un corso di tango. Qual è cioè il bisogno che con quel corso intende soddisfare? Lungi dal voler dare a questa analisi un fondamento statistico esatto, mi limito a riflettere sul fatto che molti uomini e donne che si avvicinano alla prima lezione, ci arrivano per ragioni legate ad un qualche cambiamento nella loro vita.
Che sia un cambiamento appena accaduto, come nel caso di una separazione dal coniuge, una perdita di una persona cara, un cambio di lavoro, un trasferimento in una nuova città; o che si tratti invece di un “voltare pagina” che si vuole, più o meno consciamente, innescare cambiando marcia alla corsa della vita, fatto sta che spesso arrivano al tango persone che vogliono riprendersi la loro esistenza nelle proprie mani, che intendono fare qualcosa per se stessi, dopo aver forse dissipato energie in direzioni centrifughe.
Rimettere se stessi al centro della propria vita. E fino qui, niente di specifico sul tango, perché questa pulsione potrebbe dirigersi ugualmente verso un corso di yoga, una scuola di cucina o un gruppo di trekking alpino.
Ma, passando alla seconda fase di questa riflessione, vorrei ora soffermarmi su che cosa trova di specifico la persona che, mossa dalle motivazioni di cui sopra, approda ad un corso di Tango Argentino. In altre parole, a che cosa fa bene il tango oltre al tango?
E qui entriamo nell’ambito dei benefici secondari che il tango può apportare alle vite di chi comincia a praticarlo. Dove per benefici secondari intendo quella serie di effetti collaterali che si riversano a cascata sul soggetto in questione, mentre, a livello conscio, egli crede semplicemente di imparare una disciplina di danza.
Ce ne sono diversi di questi effetti, e siccome credo che ognuno di essi meriti una trattazione approfondita, in questo articolo ne affronterò solo uno, quello che mi sembra il più vistoso e forse il più importante.

Mi ha sempre affascinato, anche prima di lavorare con il tango, guardare la gente muoversi, o meglio osservare corpi che compiono gesti. Il modo del tutto personale in cui ognuno di noi “gestisce” il confine tra il proprio corpo e lo spazio circostante offre preziosi spunti di conoscenza dell’altro e, se vogliamo, di noi stessi. Non è banale pensare che in fondo, lo strumento con cui noi compiamo i gesti è il corpo. Solo che questo strumento non sta in rapporto con il soggetto sempre allo stesso modo. A seconda di come si configura questa relazione soggetto-corpo possiamo individuare due gruppi di persone: coloro che sono un corpo e coloro che hanno un corpo. Mi spiego.
Chi è un corpo è vittima di una identificazione fuorviante che porta il soggetto a subire le pulsioni di esso senza essere in grado di percepirlo come qualcosa che può essere governato. Chi ha un corpo capisce invece che può lavorare su di esso, che attraverso le sensazioni propriocettive può riuscire ad affinarlo, agendo sulla postura e sul modo di occupare lo spazio al fine di ottenere un modo più armonico e articolato di “scolpire l’aria”.
Ecco che si ripropone la vecchia dicotomia tra pulsione e controllo. Se è vero che il cammino evolutivo all’interno, per esempio, di un corso di Tango, e di danza in generale, deve andare dall’essere un corpo all’avere un corpo, è anche vero che il controllo non deve soffocare la pulsione. Deve invece canalizzarla valorizzandola. Ma questa è una fase successiva. Riuscire a situare la propria danza al punto esatto di equilibrio fra pulsione spontanea e controllo tecnico è una sfida che si presenta al ballerino professionista che deve esibirsi di fronte ad un pubblico.
Ritornando invece nel campo dell’apprendimento, l’esperienza di questi anni mi ha consentito di capire che quando nei corsi per principianti ci si trova di fronte a persone le quali, per carenza di attività fisiche nel loro passato, hanno poca consapevolezza del loro corpo proprio a causa di questa identificazione confusiva che impedisce loro di percepirlo come una entità separata che può essere controllata, è importante, piuttosto che insistere esclusivamente sull’insegnamento di passi e figure, fornire invece una didattica che porti l’allievo prima di tutto a “trovare” il proprio corpo; è importante proporre loro esercizi che, facendo percepire il corpo come strumento, possano aiutare ad affinarlo, ad accordarlo affinché possa poi “suonare” i gesti in modo più consapevole.
La cosa più affascinante dell’insegnamento è che si impara tantissimo. Durante più di vent’anni di docenza, non solo nel mondo del Tango, ho sempre cercato di tenere un atteggiamento aperto nei confronti del dialogo docente-discente e ho spesso trattato la classe come un laboratorio nel quale fare “ricerca” al fine di migliorare ed affinare gli strumenti della mia didattica basandomi sui feedback e sui risultati degli allievi.
Un consiglio, per inciso: non fidatevi mai degli insegnanti che dicono le stesse cose nello stesso modo a due, tre o cinque anni distanza. Diffidate di coloro che non sono in movimento, che non cambiano o che non aggiustano il tiro con l’aumentare dell’esperienza. Fine del consiglio.
Dunque, dicevo la ricerca. Alle volte faccio degli esperimenti un po’ estremi e ringrazio di cuore i miei allievi che vi si sottopongono con pazienza e fiducia. Uno di questi si inserisce in quel percorso semplificativo di cui parlavo prima che consiste nel ridurre la quantità di movimento per concentrarsi sullo strumento che quel movimento è chiamato a compiere. Un percorso a ritroso fino ad arrivare a concentrarsi sul modo di “stare”, a spostare cioè il centro dell’attenzione dall’essere all’esserci. Essere cioè lì, occupare un luogo, quel luogo, quello spazio specifico con il proprio corpo “in mano” (nel senso di tenerne in mano le redini).
Uno di questi esercizi consiste ad esempio nel “piantarsi” in un punto della sala, davanti allo specchio e, senza muoversi, osservare la propria postura e sentire il proprio corpo “stare”.
Il movimento nasce dalla stasi e se la stasi non è un bel posto, ciò che da essa si produce non può essere niente di buono. Nella stasi ci può essere energia interessante ed è proprio questo che l’esercizio si propone: riuscire a manipolare l’energia con cui si “sta”. Il corpo “parla” anche da fermo, così come i silenzi delle persone sono spesso molto eloquenti.
Dunque, mentre ci guardiamo e ci “sentiamo” davanti ad uno specchio, l’obiettivo è quello di riuscire, tramite una serie di sollecitazioni verbali di chi conduce l’esercizio, ad ottenere, da una parte, una consapevolezza dello “stare”, una postura attiva, “accesa” e aperta nei confronti dello spazio circostante ed eventualmente di un altro corpo, e dall’altra una energia feconda, un’energia assertiva che emani equilibrio e fermezza senza produrre tensione. Una sorta di “calma densa” che si prepari ad accogliere l’altro per dar vita finalmente al movimento della coppia durante il ballo.
Tornando allora al discorso che facevo all’inizio, sono convinto che il principale effetto collaterale positivo del seguire un corso di Tango sia una scoperta, o meglio, una riscoperta del proprio corpo come agente di gesti, come nostra interfaccia attiva con il mondo. Il corpo è memoria e narrazione. Porta su scritta la nostra vita psichica, il nostro passato e racconta moltissimo di noi. Ho visto persone arrivare alle prime lezioni di tango “indossando” il corpo come un indumento che serve solo per coprirsi quando si sta in casa, come un pigiama quando si sta per andare a letto. Beh, vedere alcune di quelle persone che, dopo solo poche settimane, portano in giro il loro corpo come il vestito buono, nuovo della domenica, rende visibile il potenziale che, al di là dello specifico della danza, è insito in discipline come il Tango argentino che, prima ancora di darti l’abilità di godere il bello del ballo, può donarti un corpo nuovo con cui andare in giro nella vita di tutti i giorni (non solo la domenica) a raccontare un nuovo te stesso.

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2 pensieri su “Il Tango oltre il Tango

  1. Insegno tango anche per questo…o forse Soprattutto….chi viene si “scopre” nel corpo e nella mente, si mette in gioco e, al di là se ballera’ per un giorno o per sempre, mi rivela che ha migliorato la postura nella vita quotidiana e l’atteggiamento verso l’altro nell’incontro. Grazie Stefano…e attraverso “l’oltre il tango” impariamo sempre qualcosa su noi stessi

  2. Articolo molto interessante che ho letto con attenzione, che fa riflettere e che condivido. Ho intuito sin dalla prima lezione che sei un professionista ‘speciale’ e spero, grazie al tuo insegnamento, riuscire a dare ‘energia’ eleganza bellezza al corpo in cui viviamo.

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