Medea di Ronconi con Franco Branciaroli

Franco Branciaroli (Medea)

Sulla Medea vista questa sera al Piccolo Teatro Strehler di Milano voglio subito dire una cosa. È una proposta più che altro. E vale per tutti gli spettacoli.
Perché nessun teatro propone mai un momento di confronto fra gli spettatori subito dopo lo spettacolo? La butto lì, nel caso piuttosto improbabile che qualche direttore leggesse mai questo articolo. Organizzate, per favore, nel foyer o nel bar 30 minuti di discussione libera dove le persone del pubblico possano riunirsi e scambiarsi opinioni ed emozioni a caldo appena usciti dalla sala. Ci sono molti incontri con le compagnie o con il regista che si svolgono prima dello spettacolo, ma che sappia io non c’è nessun luogo o momento pubblico dove si possa discutere tra spettatori “dopo” l’evento. E non mi interessa che siano presenti gli attori. Mi interessa sapere cosa ne pensa o cosa ha provato chi era seduto accanto, davanti o dietro a me. Non si è sempre detto che il teatro è un rito collettivo? Allora fatemelo condividere davvero con gli altri questo rito. Perché, sia che lo spettacolo mi abbia entusiasmato o disgustato io ho bisogno di solidarietà. Voglio sentire che abbia entusiasmato o disgustato anche altri. Voglio essere sicuro di non essere “strano” io. Voglio sentirmi parte di una comunità entusiasta o disgustata da quello che ha appena visto. Oppure mi interessa sentire le ragioni di chi non è d’accordo con me.

Mi piace andare a teatro da solo e dopo lo spettacolo mi trovo sempre ad origliare i brandelli di conversazioni delle persone con cui faccio la fila per uscire dalla sala, o per riprendere i cappotti al guardaroba. Spesso faccio finta di aspettare qualcuno e mi accosto disinvoltamente ad un gruppetto di spettatori che stanno esprimendo critiche o apprezzamenti. Sembro uno stalker. Per non dare troppo nell’occhio a volte faccio finta di guardare il telefono, ma in realtà tendo avidamente l’orecchio. Qualche volta qualcuno si accorge di quel mio modo peculiare di avvicinarmi e mi guarda sospettoso, allora sono costretto ad allontanarmi in cerca di un altro capannello. Potrei anche andare a viso scoperto a chiedere un po’ a caso alla gente che esce se gli è piaciuto o o meno ciò che abbiamo appena visto. Ma sono sicuro che mi guarderebbero male e penserebbero appunto che sono strano. In ogni caso, sorpresi dall’invadenza di uno sconosciuto che gli fa una domanda a bruciapelo, non risponderebbero in modo sincero ed esaustivo. Se invece ci fosse un luogo deputato, ecco io potrei liberamente chiedere le opinioni altrui ed esprimere le mie. Credo che sarebbe un bell’esercizio di condivisione del rito teatrale.

Se ci fosse stato questa sera questo momento di libera discussione, avrei potuto chiedere ai miei “compagni di rito” perché, secondo loro, gli applausi alla fine di questa Medea siano stati così tiepidi e quasi di cortesia. Perché a me lo spettacolo di questa sera, per esempio, ha entusiasmato. O almeno mi ha emozionato fortemente la presenza scenica di Franco Branciaroli.

Una Medea interpretata da un uomo in una produzione della durata di due ore senza intervallo, sulla carta, non è una sfida di poco conto. E poco importa che uno si sieda pensando che sta per vedere una ripresa di un allestimento storico di vent’anni prima a firma di Luca Ronconi. Due ore sono due ore. In tempi come i nostri possono essere un’eternità. Ed è quello che ho pensato nella scena iniziale quando è apparsa una donna seduta su una pila di valigie che cantava – male – una nenia orientaleggiante, mentre alle sue spalle due schermi cinematografici trasmettevano, uno, immagini di organi umani durante un’operazione chirurgica e l’altro, scene di deserti. “Mah!” Ho pensato, “È vero che Ronconi non si può discutere, ma sinceramente non so se resisto fino alla fine”, soprattutto per il disagio fisico che mi provocava il filmato numero uno. Sotto a quegli schermi c’erano poi delle file di seggiole da cinema anni ‘40 che nel corso della tragedia verranno spostate e angolate in modo diverso rispetto al pubblico, secondo un recondito legame con la trama che ai più non è dato sapere. Ma tant’è.

Se non che poi è arrivato in scena lui. Lei. Insomma Branciaroli/Medea. E lì il tempo è sparito. Situandosi agli antipodi di qualsiasi realismo recitativo, con un registro vocale che si estende dai bassi più gravi e inquietanti agli acuti di un falsetto usato però con moderazione, Branciaroli si è imposto come una vera macchina attoriale che in certi momenti ha rievocato i flautati spinti e le profondità sonore del grande Carmelo Bene.

Con un controllo assoluto dello strumento vocale, ha strappato questa Medea a qualsiasi mimesi storico-naturalistica per consegnarla ad una vera dimensione mitica, intesa come fuori dal tempo appunto, la dimensione che più le spetta. La sua recitazione astratta, a tratti grottesca, che ha saputo dare a questo testo millenario una luce del tutto nuova, da sola varrebbe tutto lo spettacolo. Eppure durante i ringraziamenti, quando è toccato a lui venire sul proscenio, io mi aspettavo un boato di applausi e invece c’è stata solo la cortesia. Dopo le sole tre chiamate canoniche, il battimani è stato inghiottito dall’indifferenza della sala nella quale è scivolata via questa Medea di Franco Branciaroli.

Alla fila per i bagni ho sentito delle signore lamentarsi che la recitazione non era credibile. Se ci fosse stato quel momento dedicato allo scambio di opinioni che suggerivo all’inizio, avrei potuto chiedere loro: “Ma è giusto venire a teatro a cercare il realismo? Non c’è già Uomini e Donne o C’è posta per te per quello?”

 

 

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